venerdì 30 ottobre 2009

Finiu 'u pisci

Pare assurdo che gli abitanti più antichi di questo nostro pianeta abbiano una aspettativa di vita così breve!
Secondo uno studio pare infatti che entro il 2048 la gran parte dei grandi pesci scomparirà dagli oceani. Un altra drammatica dimostrazione di quanto può essere devastante la mano dell'uomo.

Entro il 2048 quasi estinti i grandi pesci

Dal punto di vista ecologico guida­re un fuoristrada Hummer e ordinare un sushi di tonno rosso in un ristorante sono altrettanto devastanti

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
WASHINGTON
— Qual è la differenza tra guida­re un fuoristrada Hummer dallo smodato consumo di benzina e ordinare un sushi di tonno rosso in un ristorante? La risposta esatta è: nessuna, entrambe le azioni sono devastanti dal punto di vista ecologi­co. Come, si chiederà il nostro lettore, bruciare ossi­do di carbonio, aggravando l’effetto serra e il riscal­damento del clima, è la stessa cosa che mangiar pe­sce, dieta perfetta per rallentare l’invecchiamento? Duro da ammettere, è proprio così.

TONNI ROSSI - Poche creature degli oceani hanno la maestà dei grandi tonni rossi, siluri argentati e idrodinamici che possono arrivare a 700 chilogrammi di peso, 4 metri di lunghezza, eppur muoversi velocemente a oltre 40 chilometri l’ora. Ma il «Bluefin» ha anche un’altra caratteristica, la carne più buona del mon­do. E negli ultimi trent’anni un’armada sempre più tecnologicamente all’avanguardia e micidiale, fatta di navi e aerei da ricognizione, reti speciali, radar, sonar e perfino satelliti, ne ha decimato la popola­zione. Lo sterminio del tonno Bluefin è emblemati­co di tutto quanto c’è di criminale e distruttivo nel­l’industria della pesca nel mondo. Dove un’alleanza potente, fatta di multinazionali senza scrupoli, lob­bisti, governi compiacenti, consumatori irresponsa­bili e perfino accademici senza etica sta acceleran­do una catastrofe sistemica, con conseguenze incal­colabili per il pianeta.

LA FINE DEI PESCI- Finiranno i pesci? Non è più solo una domanda retorica. Secondo uno studio della rivista Science, in mezzo secolo siamo riusciti a ridurre del 90% la popolazione di tutti i grandi pesci preferiti dal mer­cato. Di più, se nulla accadesse, se le catture conti­nuassero a questo ritmo, entro il 2048, anno più an­no meno, tutte dicansi tutte le specie ittiche com­merciali avranno subito un «collasso» generale, nel senso che se pescherà sì e no il 10% dei livelli massi­mi, cioè quelli degli Anni ’80. Con le parole di Da­niel Pauly, scienziato e docente al Fisheries Center della University of British Columbia, «i pesci sono in grave pericolo e se lo sono loro, lo siamo anche noi».

IL SAGGIO - «Aquacalypse now» ha definito Pauly l’inquie­tante prospettiva, in un recente saggio pubblicato su The New Republic e dedicato alla «truffa» messa in atto sin dagli anni Cinquanta dagli uomini con­tro gli oceani e i loro abitanti. Uno schema predato­rio, rivolto all’inizio contro le popolazioni di mer­luzzi, pesci spada, naselli, sogliole e platesse del­l’emisfero settentrionale. Poi, man mano che queste famiglie si assottiglia­vano, le flotte si sono mosse sempre più a Sud, pri­ma verso le coste dei Paesi in via di sviluppo e da ultimo verso i fondali dell’Antartico, in cerca di spe­cie nuove e sconosciute. Quando poi i pesci di gran­de taglia e alto valore hanno cominciato a scompari­re, dai tropici ai poli non c’è stata più frontiera e limite: le barche hanno preso a catturare qualità sempre più piccole, mai in precedenza considerate commestibili per l’uomo. L’alleanza sciagurata de­gli interessi ha funzionato benissimo, alimentata da una domanda mondiale di pesce insaziabile e di­sposta a pagare qualsiasi prezzo, pur di avere le qua­lità più prelibate. Ma ora la lunga festa sta per fini­re. Nel 1950, secondo i dati della Fao, nel mondo si catturavano 20 milioni di tonnellate metriche di pe­sce e molluschi. Alla fine degli Anni ’80, il pescato mondiale raggiunse il massimo storico di 90 milio­ni di tonnellate. Da allora, è in declino costante. Co­me in una immane catena di Sant’Antonio, che ri­chiede i soldi di sempre nuovi finanziatori per paga­re i precedenti e rimanere in piedi, l’industria ha avuto bisogno continuamente di nuovi stock di pe­sce per continuare a operare. Invece di regolare pe­riodi e quantità delle catture, consentendo alle spe­cie di riprodursi e stabilizzare i livelli di popolazio­ne, è andata avanti fino all’esaurimento, spostando­si altrove e saccheggiando i mari. Se per l’Occidente ricco e affluente la fine dei pe­sci può sembrare una semplice disgrazia culinaria, per i Paesi emergenti, soprattutto nelle regioni più povere dell’Africa e dell’Asia, il pesce è la principa­le risorsa di proteine e una fonte di reddito per cen­tinaia di milioni di persone, piccoli pescatori e ri­venditori. E non c’è solo questo.

«EFFETTI COLLATERALI» - «L’impatto della riduzione della fauna marina sull’ecosistema degli oceani è stato del tutto sottovalutato», ammonisce Boris Worm, biologo dell’Università di Kiel in Ger­mania. «Fenomeni come l’esplosione della popola­zione di meduse e le alghe morte in molte zone co­stiere del mondo sono la diretta conseguenza della sparizione dei predatori dall’ecosistema marino», spiega Pauly, secondo cui la dinamica è aggravata dal progressivo riscaldamento dei mari. Eppure, l’Aquacalypse non è inevitabile. La buo­na notizia è che non è troppo tardi per scongiurar­la, a condizione che i governi si mobilitino. Ma quello necessario è un tipo d’intervento sofisticato e coraggioso, ben oltre l’imposizione di quote an­nuali, che comunque andrebbero strutturate in mo­do nuovo per esempio distribuendo «accessi privi­legiati » a un numero limitato di pescatori. Né basta una pur necessaria campagna di educazione dei consumatori, per incoraggiare prudenza e saggez­za di scelte. Illusoria è anche la promessa dell’ac­quacoltura, che secondo alcune statistiche fornireb­be oggi già il 40% del pesce consumato nel mondo. Intanto perché non c’è nessuna affidabilità sulle statistiche fornite alla Fao dalla Cina, che produr­rebbe già quasi il 70% del totale. Ma soprattutto per­ché, fuori dalla Repubblica Popolare, il settore pro­duce principalmente pesci carnivori, come il salmo­ne, nutriti cioè con olii e macinati di aringhe, sgom­bri e sardine: «Ci vogliono quasi 2 chili di pesci pic­coli per produrre mezzo chilo di uno grande — spiega Pauly —, è come rubare a Pietro per pagare Paolo. In Occidente l’acquacoltura è un lusso, dal punto di vista della sostenibilità globale». In realtà, aggiunge lo studioso, il punto centrale è scoraggia­re il complesso industriale della pesca, riducendo i sussidi: «Questo consentirebbe alla popolazione it­tica di ricostruirsi, mentre i miliardi risparmiati po­trebbero essere investiti nella ricerca per gestire meglio gli stock». Di più, «tocca ai governi dividere in zone l’ambiente marino, identificando le aree do­ve la pesca è tollerata e altre dove non lo è». Tutti i Paesi marittimi possono regolare i tratti fino a 200 miglia dalla loro costa, in base al Trattato del Mare dell’Onu: si tratterebbe quindi di creare un network planetario di riserve marine. Più facile a dirsi. Ma tant’è: «L’obiettivo minimo è ridurre del 50% la mortalità, per evitare l’ulteriore declino di specie a rischio», spiega Ransom Myers, biologo marino alla Dalhousie University in Canada.


Fonte: Corriere della sera

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