lunedì 30 novembre 2009

Il summit di Copenaghen

L'appuntamento di Copenaghen fornisce di certo spunti interessanti sugli scenari economici e climatici futuri. Questo perché stiamo imparando a nostre spese che l'economia e il clima sono strettamente legati.
Di seguito desidero proporre il punto di Sergio Castellari del Focal Point nazionale dell'IPCC.


Mentre arrivano gli impegni, annunciati ieri e oggi, da Cina e Stati Uniti, sale l'attesa per il vertice sul clima. Cosa dobbiamo aspettarci concretamente? Ne parliamo con uno degli esperti italiani più addentro ai negoziati: Sergio Castellari del Focal Point nazionale del'IPCC.

Mancano 10 giorni a Copenhagen e nelle ultime 48 ore sono arrivate buone notizie: anche Obama, seppure solo per un giorno, sarà nella capitale danese, e arriverà con degli impegni di riduzione delle emissioni da parte degli Usa (Qualenergia.it “La proposta provvisoria di Obama" ). Proposte che ieri ha finalmente quantificato: un taglio del 17% rispetto ai livelli del 2005 entro il 2020 (cioè -3% rispetto al 1990) cui seguirebbero obiettivi più ambiziosi a medio e lungo termine: -30% al 2025, -42% al 2030, fino ad arrivare ad una riduzione dell’83% (sempre rispetto ai livelli del 2005) entro il 2050. Oggi, quasi di rimbalzo, anche la Cina ha scoperto le sue carte: a Copenhagen andrà il premier Wen Jibao e sul tavolo metterà l’impegno vincolante del gigante asiatico di ridurre la propria intensità energetica (non le emissioni in senso assoluto. ma l'ammontare di CO2 per unità di prodotto interno lordo) del 40-45% entro il 2020 rispetto ai livelli del 2005. Anche se le aspettative più alte per il vertice sono già state accantonate, l’incontro si conferma di portata storica. Ma cosa dobbiamo aspettarci in pratica dalla "Conferenza delle parti numero 15" (COP 15)? Ne abbiamo parlato con Sergio Castellari, climatologo e Focal Point Nazionale dell’IPCC, una degli esperti in Italia più addentro ai negoziati internazionali in corso sul clima.

Professor Castellari, cosa dobbiamo aspettarci da Copenhagen?
Da come si sta evolvendo la situazione ci potrebbe essere probabilmente una dichiarazione di impegno politico, un accordo di massima sui punti generali, ma non si raggiungerà la fase attuativa di questo accordo. Il consenso su possibili impegni giuridicamente vincolanti di riduzione delle emissioni probabilmente si avranno solo nel corso del 2010. Quello che si può sperare per l’incontro di dicembre è che vengano adottate una serie di “COP (Conference of the Parties) decisions” che contengano chiaramente i dettagli tecnici di un possibile accordo attuativo.

Quali sono i punti critici dei negoziati?
A Barcellona (l’ultima sessione di negoziati prima del vertice, ndr) si è progredito, ma il testo negoziale in discussione in uno dei due tavoli, quello riguardante le possibili azioni da intraprendere da parte dei Paesi membri UNFCCC nel prossimo futuro, è ancora molto lungo. Si sono ridotte le divergenze sull’adattamento, sulla cooperazione tecnologica, sulla riduzione delle emissioni da deforestazione e cambio d’uso del suolo dei paesi in via di sviluppo, come pure sui meccanismi di finanziamento. Ma non si è arrivati ad un accordo neanche di massima sull’entità di questo finanziamento né su quanto i paesi sviluppati debbano ridurre le emissioni, questioni che saranno rimandate a Copenhagen e forse al prossimo anno. Un passo molto importante che potrebbe essere fatto già nella capitale danese è invece quello di stabilire l’entità dei finanziamenti più urgenti per i paesi poveri più a rischio, come le piccole isole e i paesi africani, il cosiddetto “fast start finance”, soldi che queste nazioni chiedono fino al 2012 al fine di attuare le più importanti misure di adattamento.

E gli impegni annunciati di riduzione annunciati finora dai paesi ricchi, sono adeguati?
L’obiettivo europeo è abbastanza in linea con quanto chiede il quarto rapporto IPCC per stare sotto i 2°C: cioè che, nell’ambito di un accordo globale attuativo, i paesi sviluppati taglino le proprie emissioni del 30% rispetto al 1990 entro il 2020 e del 50% al 2050, e quelli in via di sviluppo riducano le emissioni del 15-30% rispetto allo scenario business as usual. La frizione con i paesi emergenti è dovuta al fatto che questi chiedono oltre al sostegno economico per ridurre le emissioni obiettivi molto più ambizionsi per i paesi sviluppati: meno 40-45% al 2020 e meno 80-90% al 2050 rispetto al 1990.

Quanto agli altri due attori fondamentali per il post Kyoto, cioè Usa e Cina, come si stanno ponendo nell’ambito dei negoziati?
Quella degli Stati Uniti di Obama è sicuramente tutta un’altra posizione rispetto a quella della precedente amministrazione, il che fa essere ottimisti. La nuova presidenza ha sempre manifestato un grande interesse a che si arrivi all’accordo, ma probabilmente non un accordo attuativo a Copenhagen. Anche in Cina si è evidentemente mosso qualcosa: la comunità scientifica cinese ha mostrato chiaramente gli impatti del cambiamento climatico che sono già in atto nel paese e questo ha fatto assumere un ruolo più attivo a Pechino nella lotta contro il riscaldamento globale. Anche se molti sono delusi dal fatto che non si raggiungerà probabilmente un accordo attuativo già a dicembre la situazione non è così negativa: già il fatto che giganti come Cina, India e Stati Uniti abbiano cambiato posizione - oltre a stare investendo molto nella green economy - fa vedere la bottiglia mezza piena.

Nel farattempo però la scienza ci dice che il tempo stringe. Cosa hanno aggiunto al dibattito le ultime evidenze scientifiche?
La discussione e negoziazione di questi ultimi due anni nell’ambito della Convenzione Quadro dell’ONU per i Cambiamenti Climatici (UNFCCC) ha fatto ampio uso dell’informazione scientifica fornita dal quarto rapporto di valutazione dello stato dei cambiamenti climatici dell’IPCC, il Fourth Assessment Report (AR4) pubblicato nel 2007. L’IPCC pubblicherà nei prossimi anni altri rapporti, ma il quinto rapporto di valutazione sarà disponibile solo nel 2013 e 2014. Nel frattempo sono comunque stati pubblicati nuovi articoli scientifici, non ancora valutati ufficialmente dall’IPCC. Quello di positivo che emerge è la riduzione delle emissioni di gas serra dovute al settore energetico a causa della crisi mondiale della finanza e dell’economia: nel 2009 ci sarà probabilmente il primo calo dal 1981. Però dopo che la crisi sarà superata e se non si interverrà con nuove politiche energetiche le emissioni antropogeniche di gas serra riprenderanno a crescere.

Quali scenari si intravedono?
Il calo degli ultimi anni pone un’occasione ideale affinché i paesi sviluppati trasformino il loro settore energetico. L’ultimo rapporto World Energy Outlook 2009 dell’Iea (International Energy Agency) mostra due scenari energetici globali. Uno “scenario di riferimento” che rappresenta un business as usual in cui la domanda di energia potrà crescere del 40% da qui al 2030, soprattutto ad opera dei paesi in via di sviluppo: quasi ¾ della crescita delle emissioni verrà da paesi come Cina, India e quelli del medio oriente. Stando a questo scenario si potrebbe raggiungere la concentrazione atmosferica di 1000 parti per milione di CO2 equivalente: una prospettiva decisamente “pesante” per il clima. L’alternativa dipinta dal World Energy Outlook 2009 è un altro scenario, lo “scenario 450” che implica un cambiamento nel sistema energetico mondiale che permetta di stare di stabilizzare la concentrazione atmosferica di CO2 equivalente a 450 ppm. Attualmente siamo già a 385 ppm solo di CO2, contando anche gli altri gas serra siamo già oltre i 400 ppm di CO2 equivalente, per cui il margine di manovra è piuttosto ristretto e come prevede lo scenario Iea è essenziale coinvolgere anche i paesi emergenti.

Parte della comunità scientifica ritiene che 450 ppm siano già troppe ...
La conferenza climatica svoltasi a Copenhagen in marzo ha fatto il punto della ricerca scientifica climatica dall’ultimo rapporto dell’IPCC dando sicuramente maggiori motivazioni alla politica per agire in fretta. Molti ora, come il climatologo James Hansen, ritengono che per evitare gli effetti peggiori del global warming sia necessario arrivare alla stabilizzazione della concentrazione di CO2 a 350 ppm (grosso modo a circa 400 ppm di CO2 equivalente: contando che siamo a 385 significa che dobbiamo ridurre la concentrazione e non solo fermare l’aumento).

Qual è la sua opinione personale come climatologo in merito?
È impossibile averne una definita perché si parla di scenari climatici, quindi proiezioni probabilistiche. Parlando di impatti, tenendo conto dei risultati delle proiezioni, è molto probabile che se si limita l’aumento della temperatura media globale superficiale a 2°C rispetto ai livelli preindustriali (da adesso non dovrebbe aumentare di più di circa 1,5°C) si dovrebbereo evitare impatti drammatici e quasi irreversibili e si potrebbero ridurre i costi di adattamento a livelli accettabili. Ma quale sia la concentrazione di gas serra cui si debba mirare per avere questo risultato è difficile da dire. Sicuramente più stabilizziamo la concentrazione a un livello più basso maggiori sono le possibilità di ridurre l’aumento della temperatura media globale.



Fonte della notizia: Quale energia

Un esempio di auto sufficienza

Testimonianza di come è possibile vivere senza il petrolio e fare a meno della dipendenza delle tradizionali reti di distribuzione elettrica.
L'ing. Agostino De Siano è l'esempio vivente di questa premessa.

Vivere senza dipendere dal “petrolio” è possibile! Vivere senza pagare più le bollette di luce e gas non è un sogno, una fantasia, ma pura - in quanto ecologica - realtà! Solo la politica, le banche, la finanza, chi, insomma, ci sguazza nei pozzi petroliferi, fa finta di niente, fa orecchio da “mercante” e continua a spremere i cosiddetti "Paesi industrializzati" e quelli dove ancora c’è l’oro nero! Ma mentre le compagnie petrolifere giocano al rialzo nei prezzi del carburante e il governo si appresta ad aprire con decenni di ritardo, quando ormai sono divenute obsolete e superate, pericolose e costosissime, quelle centrali nucleari bocciate da un referendum popolare, esistono altre realtà molto più confortanti! Novità che la "vecchia" politica non vede per cecità di convenienza e tornaconto economico: l’energia alternativa, l’energia pulita!
Si chiama Agostino De Siano l’ingegnere ambientalista che vive a Barano d’Ischia, uno dei comuni dell’isola del golfo di Napoli. Da quindici anni ha disdetto il contratto di fornitura elettrica e fa a meno della benzina per la sua auto. La trovata che gli consente di essere autosufficiente dal punto di vista "energetico" è un impianto innovativo che garantisce l’energia alla propria abitazione. Per gli spostamenti, invece, si serve di un’auto elettrica cui ha aggiunto dei pannelli solari.
"Sono pienamente autosufficiente sia dalla rete elettrica che dai petrolieri", spiega l’ingegnere. "Da 15 anni non ho l’energia elettrica, provvedendo con l’impianto ad energia fotovoltaica e con gli accumulatori. Negli ultimi anni ho anche, drasticamente, eliminato la necessità di approvvigionamento della fornitura di carburante utilizzando una macchina elettrica (che viene ricaricata anche con l’impianto fotovoltaico di casa). Il mio impianto è del tutto indipendente dal gestore di energia elettrica. In nessuna altra parte del mondo esiste un impianto del genere, da me progettato dopo anni di studio ed esperimenti. La sua particolarità è l’utilizzo di un ponte alimentato ad alta tensione da 300 volt continui a 220 volt alternata senza adoperare il comune trasformatore/elevatore, sia esso normale trasformatore a lamierino in silicio. Il sistema da me adottato sulla vettura che utilizzo", aggiunge De Siano, "fornisce completa autonomia per lo spostamento urbano e a media percorrenza, per quelli a lunga percorrenza sono già in fase di produzione veicoli commerciali e ad uso privato con batterie al litio che entreranno in vendita nei prossimi anni."
E anche i costi, a sentire l’ingegnere, non sono improponibili per chi vuole abbracciare uno stile di vita alternativo. "Il costo maggiore da sostenere", conclude l’Archimede dei nostri giorni, "è quello per ottimi accumulatori per uso stazionario, ma un consumo di massa ridurrebbe ulteriormente il costo di questi accumulatori. Il costo complessivo di tutto l’impianto viene ammortizzato in 6/7 anni grazie all’azzeramento totale della bolletta per l’energia elettrica e all’azzeramento totale del combustibile da petrolio".
La Redazione del SocialNetwork porge i suoi migliori auguri all’ingegnere ischitano, confidando che le sue convinzioni non siano piegate dalle lobby di settore e che le sue scoperte non facciano la stessa fine di quelle del suo collega, l’ingegnere Guy Negre inventore di una macchina rivoluzionaria, ma forse troppo "rivoluzionaria" per il mondo globalizzato di oggi: la "Eolo"!


Fonte della notizia: AgoraVox

Cina? ridurrà le sue emissioni, lo promette

Il governo cinese è sempre stato allergico alle pressioni internazionali a proposito di ridurre le emissioni inquinanti, eppure è quanto promette il suo premier Wen Jiabao che dichiara la volontà di raggiungere entro il 2020 una soglia addirittura del 40-45% inferiore rispetto alle attuale produzione del PIL
Alla luce di questa posizione il presidente USA non sta certo a guardare e dal canto suo dichiara di voler abbassare le emissioni inquinanti americane ad una soglia del 17% inferiore rispetto al 2005, entro il 2020 fino a raggiungere il limite di riduzione del 42% entro il 2030.

Clima, la promessa della Cina
"2020, più efficienti del 40%"

Il premier Wen Jiabao rappresenterà il paese al vertice di Copenhagen


Una veduta panoramica della città di Pechino con fumi di scarico delle fabbriche

PECHINO - La Cina ridurrà la propria intensità carbonica, e cioè l'ammontare di emissioni a effetto serra per unità di prodotto interno lordo, del 40-45% entro il 2020. Lo ha annunciato oggi l'agenzia Xinhua (Nuova Cina) aggiungendo inoltre che tale riduzione costituisce per la Cina un "obiettivo vincolante" e per raggiungerlo si ricorrerà a misure finanziarie e fiscali. "Si tratta di un'iniziativa volontaria presa dal governo cinese in funzione della condizioni del paese e un contributo agli sforzi globali contro i cambiamenti climatici".

L'annuncio di Pechino arriva dopo che ieri la Casa Bianca aveva anticipato che il presidente Usa Barack Obama si recherà il 9 dicembre a Copenaghen per partecipare al Vertice sul Clima con in tasca una proposta di riduzione delle emissioni di gas effetto serra negli Usa del 17% nel 2020, del 30% nel 2025 e del 42% nel 2030 rispetto ai livelli del 2005.

Qin Gang, il portavoce del ministero degli Esteri a Pechino, ha confermato che il premier Wen guiderà la delegazione cinese al summit, previsto dal 7 al 18 dicembre. La sua presenza, ha aggiunto, "dimostra la grande importanza che il governo cinese dà al cambio climatico e la sua volontà politica di lavorare con la comunità internazionale su questo tema". Qin ha sottolineato che la Cina si attende dal vertice "un accordo equo e ragionevole" e ha ripetuto che il Paese asiatico che, insieme agli Stati Uniti, è il maggiore produttore mondiale di diossido di carbonio si attende che i negoziati rispettino il principio delle "responsabilità differenziate" tra i Paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo.
La settimana prossima, infine, avverrà anche un incontro a Washington tra il primo ministro australiano Kevin Rudd e il presidente Obama per analizzare i temi relativi al summit sul clima di Copenaghen. "Sono stato invitato dal presidente degli Stati Uniti per un incontro lunedì prossimo", ha detto Rudd in parlamento, aggiungendo di ritenere che sarebbe troppo sperare che dal vertice, in programma dal 7 al 18 dicembre in Danimarca, esca fuori un accordo davvero vincolante.


Fonte della notizia: La Repubblica

Rubbia: errore nucleare il futuro nel sole

Provate a chiedere a Carlo Rubbia il suo parere sul nucleare o più in generale su quale strada imboccare a proposito del futuro dell'energia sostenibile.
Se siete curiosi di saperne di più vi propongo questa breve ma illuminante intervista rilasciata su La Repubblica

Il futuro è nel sole"

Parla il Nobel per la Fisica: "Inutile insistere su una tecnologia che crea solo problemi e ha bisogno di troppo tempo per dare risultati". La strada da percorrere? "Quella del solare termodinamico. Spagna, Germania e Usa l'hanno capito. E noi..." di ELENA DUSI


Carlo Rubbia

ROMA - Come Scilla e Cariddi, sia il nucleare che i combustibili fossili rischiano di spedire sugli scogli la nave del nostro sviluppo. Per risolvere il problema dell'energia, secondo il premio Nobel Carlo Rubbia, bisogna rivoluzionare completamente la rotta. "In che modo? Tagliando il nodo gordiano e iniziando a guardare in una direzione diversa. Perché da un lato, con i combustibili fossili, abbiamo i problemi ambientali che minacciano di farci gran brutti scherzi. E dall'altro, se guardiamo al nucleare, ci accorgiamo che siamo di fronte alle stesse difficoltà irrisolte di un quarto di secolo fa. La strada promettente è piuttosto il solare, che sta crescendo al ritmo del 40% ogni anno nel mondo e dimostra di saper superare gli ostacoli tecnici che gli capitano davanti. Ovviamente non parlo dell'Italia. I paesi in cui si concentrano i progressi sono altri: Spagna, Cile, Messico, Cina, India Germania. Stati Uniti".

La vena di amarezza che ha nella voce Carlo Rubbia quando parla dell'Italia non è casuale. Gli studi di fisica al Cern di Ginevra e gli incarichi di consulenza in campo energetico in Spagna, Germania, presso Nazioni unite e Comunità europea lo hanno allontanato dal nostro paese. Ma in questi giorni il premio Nobel è a Roma, dove ha tenuto un'affollatissima conferenza su materia ed energia oscura nella mostra "Astri e Particelle", allestita al Palazzo delle Esposizioni da Infn, Inaf e Asi.

Un'esibizione scientifica che in un mese ha già raccolto 34mila visitatori. Accanto all'energia oscura che domina nell'universo, c'è l'energia che è sempre più carente sul nostro pianeta. Il governo italiano ha deciso di imboccare di nuovo la strada del nucleare.
Cosa ne pensa?
"Si sa dove costruire gli impianti? Come smaltire le scorie? Si è consapevoli del fatto che per realizzare una centrale occorrono almeno dieci anni? Ci si rende conto che quattro o otto centrali sono come una rondine in primavera e non risolvono il problema, perché la Francia per esempio va avanti con più di cinquanta impianti? E che gli stessi francesi stanno rivedendo i loro programmi sulla tecnologia delle centrali Epr, tanto che si preferisce ristrutturare i reattori vecchi piuttosto che costruirne di nuovi? Se non c'è risposta a queste domande, diventa difficile anche solo discutere del nucleare italiano".

Lei è il padre degli impianti a energia solare termodinamica. A Priolo, vicino Siracusa, c'è la prima centrale in via di realizzazione. Questa non è una buona notizia?
"Sì, ma non dimentichiamo che quella tecnologia, sviluppata quando ero alla guida dell'Enea, a Priolo sarà in grado di produrre 4 megawatt di energia, mentre la Spagna ha già in via di realizzazione impianti per 14mila megawatt e si è dimostrata capace di avviare una grossa centrale solare nell'arco di 18 mesi. Tutto questo mentre noi passiamo il tempo a ipotizzare reattori nucleari che avranno bisogno di un decennio di lavori. Dei passi avanti nel solare li sta muovendo anche l'amministrazione americana, insieme alle nazioni latino-americane, asiatiche, a Israele e molti paesi arabi. L'unico dubbio ormai non è se l'energia solare si svilupperà, ma se a vincere la gara saranno cinesi o statunitensi".

Anche per il solare non mancano i problemi. Basta che arrivi una nuvola...
"Non con il solare termodinamico, che è capace di accumulare l'energia raccolta durante le ore di sole. La soluzione di sali fusi utilizzata al posto della semplice acqua riesce infatti a raggiungere i 600 gradi e il calore viene rilasciato durante le ore di buio o di nuvole. In fondo, il successo dell'idroelettrico come unica vera fonte rinnovabile è dovuto al fatto che una diga ci permette di ammassare l'energia e regolarne il suo rilascio. Anche gli impianti solari termodinamici - a differenza di pale eoliche e pannelli fotovoltaici - sono in grado di risolvere il problema dell'accumulo".

La costruzione di grandi centrali solari nel deserto ha un futuro?
"Certo, i tedeschi hanno già iniziato a investire grandi capitali nel progetto Desertec. La difficoltà è che per muovere le turbine è necessaria molta acqua. Perfino le centrali nucleari in Europa durante l'estate hanno problemi. E nei paesi desertici reperire acqua a sufficienza è davvero un problema. Ecco perché in Spagna stiamo sviluppando nuovi impianti solari che funzionano come i motori a reazione degli aerei: riscaldando aria compressa. I jet sono ormai macchine affidabili e semplici da costruire. Così diventeranno anche le centrali solari del futuro, se ci sarà la volontà politica di farlo".


Fone della notizia: La Repubblica

giovedì 26 novembre 2009